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Cultura lunedì 26 dicembre 2016 ore 12:00

L’unica donna reclusa al Maschio

La Fortezza di Volterra

La vita travagliata e gli amori infelici della nobile Caterina Picchena che trascorse nel carcere volterrano gli ultimi anni della sua esistenza



VOLTERRA — Bellissima e rivoluzionaria, la marchesa di San Gimignano Caterina Picchena, è stata l’unica donna ad aver trascorso un periodo di detenzione nel carcere di Volterra.

Vissuta nella prima metà del XVII secolo, la nobildonna toscana era figlia di Curzio Picchena, potente senatore e Segretario di Stato del Granduca Cosimo II de' Medici.

La vita della ricca ereditiera fu segnata da lutti e da tragici eventi. Rimasta orfana di madre in tenera età, subì violenze da parte di quei prelati che erano stati preposti alla sua educazione. Rimasta incinta a 15 anni, fu data in moglie al marchese Lorenzo di Altobianco Buondelmonti dal quale ebbe un figlio, la cui paternità è stata considera incerta. La sua vita matrimoniale non fu felice, anche per le critiche condizioni di salute del marito.

La donna si innamorò di un paggio del Cardinale Carlo de' Medici, fratello del Granduca, con il quale ebbe un secondo figlio e mantenne una relazione adulterina fino alla morte del marito. Così, rimasta vedova a 32 anni, decise di sposare il suo amante. Ma, anche in questo caso, il fato la osteggiò. Carlo de' Medici, padrone del promesso sposo, invaghito della donna, chiese al paggio di combinare un incontro. L’ignara vittima, scoperto il piano, fu fatta allontanare dal lussurioso cardinale. Arrivò, però, in suo soccorso, l’affascinante e valoroso capitano marziale Frains d'Aix. La sventurata nobildonna si infatuò, così, del coraggioso spadaccino francese e promise di sposarlo, qualora avesse sfidato a duello l’amante traditore. Uscito vittorioso dal combattimento, il matrimonio fu ostacolato dal cognato della donna, Don Alessandro Buondelmonti sacerdote di Impruneta.

Scoperta l’uccisione del paggio, Caterina, dopo aver avuto il terzo figlio, fu rinchiusa, per volontà del Granduca, in una struttura destinata alle donne che la morale comune di allora considerava “perdute”.

Nonostante avesse accettato il compromesso di scontare la pena nel suo castello, per la vivacità e indipendenza del suo carattere, fuggì verso la Francia dove era stato relegato l’amante francese. L’aspettativa di coronare il suo sogno d’amore fu delusa dall’avidità e dall’indifferenza di Frains d'Aix. Affranta e desiderosa di dare un padre a suo figlio, sposò il pescatore che l’aveva aiutata a fuggire e, implacabilmente, la sorte le fu nuovamente avversa. Accusata di libidine, di relazione scandalosa e di evasione, fu incarcerata nel Maschio di Volterra dove rimase fino alla morte, nel 1658.

Su di lei scrisse Francesco Domenico Guerrazzi, prigioniero per motivi politici nella fortezza. Nel libro La figlia del senatore Curzio Picchena, infatti, racconta la vita travagliata e la sofferenza di una donna che, incurante dei costumi del suo tempo, cercò di vivere in modo libero e spregiudicato il suo percorso esistenziale.

Viola Luti
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