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Cultura venerdì 30 dicembre 2016 ore 10:45

I candelabri dell’imperatore rimasti in città

I candelabri sono quello in primo piano sulla destra e quello nell'angolo opposto

A Palazzo Viti sono conservati le due opere in alabastro che erano state commissionate da Massimiliano d’Asburgo e che non gli furono mai consegnate



VOLTERRA — Le sale di Palazzo Viti lasciano meravigliati i visitatori non solo per l’eleganza degli arredi, ma anche per la splendida collezione di quadri e per gli oggetti che Giuseppe Viti, esportatore di alabastro, ha portato con sé da ogni angolo del mondo. Porcellane, avori, scacchi cinesi e oggetti orientali che conferiscono all’ambiente passaggi repentini attraverso la storia del gusto e della bellezza di paesi appartenenti a continenti lontani. Nella sala da ballo, si impongono, per monumentalità e raffinatezza, due candelabri in alabastro.

Questi erano stati pensati dalla ditta Viti per Massimiliano d’Asburgo, botanico e studioso che si era ritirato nel suo castello Miramare vicino Trieste, dopo essere stato viceré del Lombardo – Veneto.

I due candelabri, realizzati dal laboratorio volterrano, rimasero, però, invenduti. Il sovrano fu, infatti, ucciso nel 1867, a Santiago del Queretaro, dove i giochi politici di Napoleone III e dei conservatori messicani lo avevano voluto imperatore.

La storia medievale ha così segnato il destino delle due opere che, concepite dall’artiere dell’alabastro volterrano per il nobile austriaco curioso di scienza e di arte, non poterono arrivare al committente perché ucciso nel paese dell’America latina incendiato da un lungo processo rivoluzionario.

I candelabri di palazzo Viti si legano, così, nella memoria storica, con una celebre tela di Edouard Manet, L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano, in cui il pittore francese rappresenta la scena della fucilazione dell’imperatore mettendo in evidenza, attraverso il nitore delle vesti, il suo stato di martire.

Si uniscono, inoltre, ai versi, tratti dalle Odi barbare di Giosue Carducci, in cui il poeta evidenzia i caratteri della personalità del nobile austriaco: “e a la grand’alma di Guatimozino/regnante sotto il padiglion del sole/ti mando inferia o puro/ o forte o bello/Massimiliano.”

Viola Luti
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