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Attualità sabato 22 ottobre 2016 ore 14:30

L'ex manicomio nelle parole di D'Annunzio

L'ex manicomio di Volterra

Il poeta scrisse al direttore della struttura agli inizi del 900. A quasi quaranta anni dalla chiusura, continua a suscitare interesse



VOLTERRA — Nella notte di luna discesi un’altra volta a San Girolamo e al Giardino degli Inghirami. Passai davanti alle Case dove la follia dormiva. Desideravo di venirle recare un saluto notturno e inatteso. Ma esitai dinanzi alla rete di ferro tesa nella intelaiatura rossa. Rimasi qualche tempo laggiù, nel lecceto rinato, la villa era sepolcrale. E la mia malinconia evocò qualcuno di quei volti spenti.” (Lettera di Gabriele d’Annunzio a Luigi Scabia, 31 ottobre 1909).

L’epistola risale al periodo in cui il Vate lavorava al progetto del Forse che sì forse che no ed è significativo come queste parole, rivolte al professor Scabia, allora direttore del frenocomio, tradiscano una profonda partecipazione alla realtà umana e disperata dei ricoverati.

Passare dal viale dei filosofi, guardare nella direzione che oggi ospita l’Ospedale civile senza pensare che, in quella piccola “città” che si sviluppa dalla valle alla collina, per anni c’è stato il grande manicomio volterrano, è davvero impossibile.

Fino a quaranta fa, infatti, chi percorreva la strada che collega Borgo San Lazzero con il convento di San Girolamo poteva vedere scene che rimandavano ai quadri tematici di Telemaco Signorini e di Théodore Gericault.

Tutto questo è cambiato con l’applicazione della legge 180, conosciuta come Riforma Basaglia che, nel 1978, stabilì la chiusura degli ospedali psichiatrici.

Ne seguì un periodo di tentativi di reinserimento degli ammalati, di coloro che erano vissuti dentro il manicomio per così tanto tempo da dimenticare il prima ed esserne dimenticati.

A rendere difficile un’integrazione delle due realtà contribuirono anche i retaggi di una mentalità legata alla superstizione e al pregiudizio nei confronti dei malati di mente. Un universo, avvolto in un alone di mistero, che ha sempre suscitato paura e, contemporaneamente, curiosità.

Interesse poi che è aumentato a seguito della scoperta dei graffiti di Oreste Fernando Nannetti e con i successi musicali e letterari (Dall’altra parte del cancello e Centro di igiene mentale - Un cantastorie tra i matti) di Simone Cristicchi. Gli edifici fatiscenti dei vecchi reparti e gli archivi sono diventati, così, oggetti di culto non solo per turisti, ma anche per artisti e intellettuali.

Una solitudine, quella dei pazienti dell’ospedale psichiatrico, che, nonostante l’attenzione e gli sguardi del mondo esterno, non è mai riuscita a colmarsi.

Viola Luti
© Riproduzione riservata

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