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Politica Lunedì 02 Marzo 2026 ore 09:30

Dalla crisi del PD alla giunta Conti: Trapani a tutto campo

Intervista al consigliere regionale del PD. “Chiudere il congresso e ripartire. Rinnovamento vero, serve un’alternativa credibile per Pisa”



PISA — “Un partito aperto e una città che riparta. Basta giochi di potere, Pisa merita di più”. E' quello che chiede Matteo Trapani. consigliere regionale in Toscana eletto nella provincia di Pisa alle elezioni del 2025 con oltre 4.800 preferenze nella lista del Pd. Nato a Pisa, è avvocato e ricercatore in diritto costituzionale e pubblico all’Università di Pisa, con una formazione accademica di livello e incarichi didattici nel Dipartimento di Giurisprudenza. In Regione Toscana, oltre al ruolo di consigliere, è stato indicato dal suo gruppo per due commissioni consiliari strategiche: Sviluppo economico e rurale e Politiche europee e relazioni internazionali, con l’obiettivo di favorire innovazione, competitività e opportunità di sviluppo per il territorio pisano e toscano. per Qui News Pisa lo abbiamo intervistato a tutto campo. 

Il Congresso del PD dovrebbe svolgersi a breve. Che fase sta attraversando il partito a Pisa e in provincia?
"Il Partito Democratico, dati alla mano, è la più grande forza progressista a Pisa e nel Paese. Questo, di per sé, dovrebbe indurci a una piena assunzione di responsabilità.
Mentre la città soffre, la giunta Conti perde per l’ennesima volta pezzi nel giro di pochi mesi e procede a un rimpasto segnato da litigi e strascichi interni. Pisa è sempre più insicura. Il tema dell’abitabilità è esploso, la cultura è ferma da anni e, quando si organizza qualcosa, troppo spesso si tratta di rievocazioni storiche mal realizzate o di passerelle politiche di destra. I recenti rapporti evidenziano un crescere della povertà e dei vari disagi e Pisa continua a non essere all’altezza delle proprie potenzialità.
Di fronte a tutto questo, il PD non può restare immobile, chiuso a discutere sottovoce di sé stesso. Serve un partito attivo, dinamico, determinato. Un partito aperto, capace di chiamare a raccolta la propria comunità, coinvolgere nuove energie e costruire un’alternativa credibile per il prossimo mandato, senza lasciare solo il gruppo consiliare". 

Il congresso può essere il passaggio per superare le divisioni interne?
"Per farlo occorre superare egocentrismi e vecchie contrapposizioni: concludere il congresso interrotto quasi un anno fa e aprire finalmente una fase nuova. La candidatura del consigliere Biondi è e rimane un atto di generosità verso la nostra comunità. Quanto accaduto in quei giorni, con tentativi di bloccare il percorso generando confusione, ha fatto male agli iscritti e a tutta la nostra comunità. Ora, passato del tempo e dati anche i risultati delle regionali, ritengo sia necessario chiuderlo quanto prima.
Non è fantapolitica: a livello nazionale stanno dimostrando che si può essere costruttivi pur nelle differenze. La nostra Segretaria Elly Schlein e Stefano Bonaccini ne sono un esempio. Uniti dentro il PD e uniti con le altre forze progressiste, si può vincere. Ma serve un confronto vero sulle visioni, alla luce anche dei risultati delle regionali, che hanno evidenziato una domanda di rinnovamento e di svolta".

E a livello provinciale?
"Anche il congresso provinciale deve rappresentare un rilancio: in questi anni il partito sul territorio ha progressivamente spento energie e partecipazione, mettendo da parte pezzi di classe dirigente. Evitiamo accordi opachi o logiche da manuale Cencelli. Confrontiamoci su ciò che è stato e su ciò che sarà, a partire da una consapevolezza: la nostra provincia non può continuare a rappresentare un territorio indebolito. Occorre valorizzare energie nuove e più fresche, in uno spirito unitario ma realmente riformatore che non abbia paura del confronto dentro al congresso".

Giunta Conti tra ribaltoni interni e scissioni: qual è la sua posizione?

"Conti è in evidente difficoltà. Partiamo da un dato di verità: al di là del racconto “civico” costruito negli anni, il sindaco è tesserato alla Lega di Matteo Salvini. Ed è proprio dalla Lega che emergono le fratture più evidenti: dopo anni di tensioni interne, pubbliche e private, lo strappo politico di Edoardo Ziello — che lascia Salvini per aderire al progetto politico di Roberto Vannacci — racconta una destra in fibrillazione e sempre più spostata verso posizioni radicali. Non è una questione personale: quando una maggioranza è impegnata a gestire scissioni e diaspore, inevitabilmente perde lucidità nell’azione di governo. Abbiamo assistito all’ennesimo scossone con il rimpasto di fine gennaio: due assessori sostituiti, deleghe riassegnate, tensioni interne esplose. Non è ordinaria amministrazione: è instabilità strutturale. Mentre loro cercano nuovi equilibri, Pisa resta ferma. La città è immobile su dossier strategici, priva di visione, e oggi appare persino più fragile sotto il profilo sociale dopo l’uscita dalla Società della Salute, che ha oggettivamente indebolito la capacità di integrazione socio-sanitaria e di risposta ai bisogni delle fasce più vulnerabili".

E poi?
"C’è poi un’evidente contraddizione politica: non si comprende come si possa continuare a rivendicare una forte “connotazione civica” dell’amministrazione quando in maggioranza rimane una componente apertamente riconducibile al progetto politico di Vannacci. La realtà è che il profilo della coalizione è sempre più marcatamente identitario e meno civico. Emblematica è stata anche la vicenda del componente della Commissione Bilancio Nerini, su cui è stato denunciato pubblicamente un atto forzato e persino in contrasto con il regolamento consiliare, pur di garantire equilibri interni. Se per tenere insieme la maggioranza si arriva a piegare le regole istituzionali, il segnale è preoccupante. La mia posizione è semplice: basta giochi di potere. Pisa non può essere il terreno su cui si consumano guerre interne alla destra. Noi continueremo a fare un’opposizione seria, nel merito dei contenuti, con proposte concrete e verificabili, chiedendo trasparenza in Consiglio e atti conseguenti. Perché la città non può pagare il prezzo delle loro divisioni".

Si è esposto sul tema dei grandi impianti agri-fotovoltaici nel territorio pisano.
Non vi è dubbio che nella nostra provincia, al di là del caso Poggini, assistiamo a un’escalation di richieste autorizzative relative a impianti agri-fotovoltaici come avevamo visto a San Giuliano e da poco in Val Di Cava; ognuna ha un livello di avanzamento diverso e soggetti differenti che devono esprimere pareri. Il rischio concreto è duplice: da una parte la devastazione ambientale, una vera e propria ferita alla bellezza dei nostri paesaggi; dall’altro l’abbandono della coltivazione dei campi in favore di attività più redditizie: un colpo alle produzioni agricole come ci dicono i tanti agricoltori e le ass. di categoria.
Siamo pienamente convinti che serve utilizzare energia rinnovabile ma dipende da dove si fa: sulle aree industriali o fabbricati esistenti è una cosa, su ettari di campi, no. Ho recentemente risollevato il caso in Regione, consapevole del fatto che ad oggi non poteva disciplinare nulla a causa dell’annullamento del decreto ministeriale. Solo da gennaio 2026 le Regioni possono intervenire per disciplinare le aree idonee e approvare un piano per le aree di accelerazioni, ma purtroppo – a quanto si può vedere dalle norme – gli spazi concessi dalla recente riforma governativa sono piuttosto limitati. Anzi, le Regioni in definitiva possono solamente aumentare le aree, perché la legge nazionale ha già definito quelle idonee. Ovviamente su questo lavoreremo intervenendo negli spazi lasciati per fissare almeno limiti che garantiscano una equilibrata attuazione.
Ma, proprio per questo, credo sia opportuna una verifica per quelle, come sul nostro territorio provinciale, sono oggetto di procedimenti avviati prima delle nuove norme visto che in alcuni casi, ad esempio, anche in alcuni usciti in queste settimane, le competenze per le autorizzazioni sono anche delle amministrazioni comunali. A quest'ultime chiedo di fare la loro parte anche attraverso un percorso di informazione e partecipazione e rendendo evidente, ad esempio, agli altri soggetti, la peculiarità ambientale delle aree identificate. Per questo, ribadendo l’impegno mio personale e della presidente della commissione Sviluppo rurale, Brenda Barnini, torno a chiedere ai sindaci di farsi sentire. È chiaro che il governo nazionale, ancora una volta, ha inteso togliere poteri alle Regioni e agli enti locali, e dispiace vedere sindaci di centrodestra che non hanno preso posizione".

Sulla nuova classificazione dei Comuni montani qual è la tua posizione?
Un altro pateracchio del ministro Calderoli: si valuta l’altitudine dei comuni e null’altro. Con alcuni paradossi davvero ridicoli, come quello di Amalfi che rientra nei comuni montani e Volterra che ne viene esclusa. È inaccettabile che non venga fatta una valutazione seria! Per questo, nelle scorse settimane, ho presentato un’interrogazione alla giunta regionale, per sapere “se non ritenga opportuno attivarsi nei confronti del Governo al fine di rappresentare le criticità che la nuova classificazione dei comuni montani determina per la Toscana e, in particolare, per la provincia di Pisa”. Intanto però la Regione, che lo scorso anno si è dotata di una legge sulla “Toscana diffusa”, ritengo dovrà impegnarsi a stabilire che questi comuni, cancellati dall’elenco nazionale, rimangano saldamente nell’elenco toscano delle aree beneficiarie di politiche mirate e finanziamenti. Una scelta saggia, che dovrebbe illuminare anche il governo nazionale per non lasciare interi territori da soli.

Giovani e lavoro: su cosa sta concentrando il suo impegno in Consiglio regionale?
"Fin da subito, appena insediatomi in Regione, ho preso davvero a cuore alcune problematiche relative alle giovani generazioni. Ho presentato già diversi atti e cofirmato altri proprio su alcune questioni di questo tipo: dal precariato strutturale dei giovani docenti nella scuola ai precari del CNR, dallo sviluppo economico e rurale della nostra provincia, per finire con l’ultima mozione che ho depositato sul voto ai fuorisede. Sono convinto che le istituzioni abbiano il dovere di mettere in campo il massimo impegno: le condizioni di vita e di studio, la precarietà e la formazione, il disagio giovanile non sono temi da elencare ma dossier da aprire per progettare futuro. Credo proprio che buona parte del mio lavoro in Consiglio regionale si svilupperà proprio su questi dossier che intrecciano temi quali l'economia, le infrastrutture, la sanità e i diritti".

Sul referendum costituzionale come si pone?
"Sostengo il no perché una riforma della Costituzione non si giudica con slogan, ma per i suoi effetti di lungo periodo. Questo intervento è parziale, rinvia troppi aspetti a leggi future e non affronta i veri problemi della giustizia: tempi dei processi, risorse, organizzazione. Il PD è compatto sul NO, così come lo sono la quasi totalità dei costituzionalisti italiani, ed è per questo che auspico che chi ricopre ruoli apicali porti avanti in modo coerente e trasparente il proprio impegno in queste settimane.
Si parla di separazione delle carriere, ma le funzioni tra giudici e pubblici ministeri sono già distinte e i passaggi tra i ruoli sono rarissimi. Qui non si separano davvero le carriere: si sdoppia il CSM, con più costi e meno efficienza. Il rischio è isolare il PM dalla cultura della giurisdizione e, nel tempo, esporlo maggiormente all’influenza dell’Esecutivo. Anche il sorteggio dei membri del CSM non elimina le correnti: le rende solo meno trasparenti. E per i componenti laici resta decisiva la scelta del Parlamento, quindi la politica non sparisce, si sposta a monte e si rafforza a danni del cittadino. Per queste ragioni votare No è una scelta di responsabilità: noi siamo riformisti perché chiediamo una riforma più seria, più organica e davvero utile ai cittadini".

Michele Bufalino
© Riproduzione riservata


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