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L’eredità etrusca della caccia al cinghiale

Il mammifero, considerato dall’antico popolo una forza del male, veniva ucciso per sconfiggere l’Oltretomba e mangiato come pietanza prelibata



VOLTERRA — L’arte venatoria è una tradizione ben radicata in Toscana e, in particolare, a Volterra la caccia al cinghiale fa parte del tessuto sociale e identitario della città. L’arcaica consuetudine era già praticata in epoca etrusca. L’antico popolo, infatti, credeva che il mammifero ungulato, a causa del suo colore scuro e delle sue abitudini notturne, incarnasse uno spirito infernale. L’animale era solito aggirarsi nell’oscurità dei boschi, elemento questo che contribuì ad alimentare la credenza che provenisse direttamente dall’Oltretomba. Ucciderlo significava, dunque, distruggere le forze del male e, contemporaneamente, rappresentava il valore e il coraggio di coloro che erano usciti vincitori da questa sfida contro gli inferi e contro la brutalità della natura. Ma con quali tecniche catturavano il suino selvatico? Il “signore della macchia” veniva cacciato a gruppi armati, all’alba o nelle ore notturne. I predatori, accompagnati da cani aggressivi e feroci, per stanare gli esemplari che si spostavano nelle campagne, richiamavano la loro attenzione attraverso l’utilizzo di flauti. Pensavano, infatti, che il suono della melodia potesse attrarli e, quindi, colpirli con più facilità. La battuta di caccia, oltre a essere un rito durante il quale la sconfitta di presenze diaboliche permetteva l’acquisizione di forza e di audacia, costituiva un pasto estremamente ambito. La sua carne, infatti, costituiva una pietanza prelibata e molto amata anche nel mondo antico. Anche presso i Galli, era addirittura il piatto principe come ci insegnano Obelix e i suoi compagni.

La consolidata attività venatoria volterrana sembra, così, discendere dagli Etruschi come del resto la sua centralità nella cucina casalinga volterrana

Viola Luti
© Riproduzione riservata

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