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Spettacoli mercoledì 30 settembre 2015 ore 18:45

Un successo per il Paradiso di Punzo a Taranto

Il fondatore della Compagnia della Fortezza regista di una imponente performance sul tema della passione al Quartiere Tamburi



VOLTERRA — Riconosciuto dai media, dal pubblico e dagli addetti ai lavori il successo di un lavoro che si nutre quotidianamente da quasi trent'anni nel carcere di Volterra. Rientro felice da Taranto, dove già da quasi un mese Armando Punzo, ideatore e direttore della Compagnia della Fortezza di Volterra, era al lavoro per la realizzazione di una regia per “Misteri e fuochi”. Un progetto internazionale per il quale il Teatro Pubblico Pugliese ha invitato grandi maestri di teatro, danza e visual art in quattro location della Via Francigena pugliese, per realizzare performance/installazioni sul tema del dolore e della passione.

Nella città dei due mari Punzo, unico italiano tra i maestri della scena internazionale come Angelica Liddell, Shirin Neshat e Tamara Cubas, ha scelto di lavorare presso il Quartiere Tamburi, tristemente noto a causa delle vicende dell'Ilva, ed è qui che ha preso vita lo spettacolo con la sua regia dal titolo “Paradiso - Voi non sapete la sofferenza dei Santi”. Il 24 settembre migliaia di persone, anziani, bambini, donne e uomini con passeggini, da soli, o con tutta la famiglia, si sono riversati nell'enorme campo sportivo del quartiere, fino a qualche giorno prima inaccessibile per via di sterpaglie e devastante incuria, per assistere alla magnificente opera d'arte realizzata da Punzo. Così numerosi, a formare una fiumana popolare, mescolandosi a spettatori di professione, un centinaio tra operatori e giornalisti arrivati a Taranto da tutto il mondo. In religioso silenzio, hanno seguito in una processione enorme la Banda “Città di Crispiano”, che li ha accompagnati dentro la loro stessa storia, che è la storia dell'uomo e del nero dentro cui ci muoviamo vedendolo invece bianco. Dentro la scatola nera a cielo aperto del teatro che Punzo ha costruito a Taranto. Di fronte a una collina di croci d'acciaio svettanti nella buia enormità del campo, un golgota rovesciato, un inferno popolato da figure bianche.

Oltre cinquanta le persone del quartiere coinvolte sulla scena da Punzo; un lavoro intensissimo che ha lasciato un segno effettivo sul territorio, radicandosi nella loro vita. Una decina i giovani che hanno aiutato Armando Punzo, Andrea Salvadori, Emanuela Dall'Aglio e Alessandro Marzetti, e le altre maestranze professionali coinvolte, ad allestire in pochissimo tempo una struttura fenomenale e costumi meravigliosi.

Da sottolineare i complimenti degli operatori internazionali, direttori di teatro e di festival arrivati da Germania, Spagna, Francia e Sudamerica. Soddisfazione dello staff di Armando Punzo/Carte Blanche per l'accoglienza ricevuta, la collaborazione su tutta la linea e l'esito del lavoro artistico. E dopo l'ennesimo successo, è tempo adesso, per Punzo e il suo entourage, di tornare a Volterra e proseguire il suo viaggio creativo.

Di seguito l'intervento di Armando Punzo a conclusione del progetto.
"Croci d'acciaio invisibili nel loro essere scenicamente presenti e incombenti, come quelle che portiamo dentro inconsapevolmente, credenti e non credenti, e ci fanno accettare tutto, anche quello che diciamo di non volere; un piccolo misero universo quotidiano occidentale che guarda dalle sue croci, con speranza e timore, nella direzione del mostro dell'Ilva, nella direzione del sogno salvifico dell'età della tecnica, mostro generato dalla nostra volontà di potenza, dalla nostra paura, dal terrore ancestrale per la nostra incomprensibile esistenza, dalla volontà di una vita che non si arresta di fronte a nulla, che non vede che se stessa, che pretende da dentro ognuno di noi di non arrestarsi, di proteggersi di fronte alla realtà dell'indicibile nulla da dove emergiamo e dove ritorneremo; l'amorevole ed innocente cura del luogo scenico, di quella collina, come feticcio della vita che si svolge dentro e fuori di noi; la lezione tra banchi di scuola che piega i suoi scolari a questa esistenza e che si ripete sempre uguale a se stessa, senza illudersi con illusioni miglioriste e riformiste; neonati in forma di pane che quelle madri consegnano con amore, con speranza, come un tributo da pagare alla vita, alla stessa vita che quel pubblico ha dentro di sé, nei propri occhi e che vuole tragicamente perpetuarsi attraverso loro. Erode compie ancora la sua strage e come non pensare ad Ugolino e al Saturno di Goya che sono in noi. Ed è dagli uomini, dal pubblico, che questi demoni innocenti, apparenti angeli, prendono, sfiorandoli all'inizio e scrutando nei loro occhi, le azioni che compieranno sulla scena; un giorno di festa, una processione solenne all'inizio, dal sapore sacro e tradizionale, come un avanzare d'anime dannate verso il luogo in cui si vedranno nel loro inferno travestito da Paradiso. Un quotidiano e la sua idea come unica religione vincente, il teatro che ci accompagna dentro di noi, che ci permette di guardarci per un attimo e catturare momenti di consapevolezza, per proiettarci fuori da questo interno, per farci traballare. La sofferenza dei santi, di quelli che si credono santi ma che santi non sono, di quelli che si sentono nel giusto guscio della propria esistenza. Una vita divenuta rito di se stessa, santificazione profana degli idoli che essa stessa produce, senza nessuna altra possibilità o alterità, un circolo chiuso senza via d'uscita, una festa infinita per se stessa. Un paradiso in terra, una promessa tradita, che non vede e non comprende il movimento di Dante che lo porta dall'Inferno della carne dell'uomo al Paradiso. Quel bisogno di alterità, quel sogno di fronte al quale il poeta sente anche il limite della sua poesia".

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