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Domenica 23 Agosto 2026

RACCONTI DELLA DOMENICA — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI ha lavorato e vive in Valdera, a Pontedera. Gli piace scrivere, ma non è uno scrittore. Solo uno che scrive.

The whale (prima parte)

di Marco Celati - Domenica 23 Agosto 2026 ore 08:00

Cara amica,

ti scrivo da molto lontano, a gran distanza di spazio e di tempo. Non so nemmeno se ti ricordi di me e se l’indirizzo corrisponde ancora. L’ho trovato riordinando uno scaffale, nel libro che mi regalasti: “Opinioni di un clown”. Stava in un cartoncino usato come segnalibro: un biglietto da visita di tuo padre -il dottore- barrato in diagonale, con l’indirizzo della tua casa a Marina. Sul retro c’era scritto il mio nome biblico -Dio ascolta- e una semplice parola: Auguri! Chissà per cosa, compleanno forse, ma una data non c’era. Solo la tua firma, il tuo nome. Così l’ho portato con me. Di preciso non so perché scrivo, ho messo molta terra e molto mare tra i noi di allora. È che oggi sentivo il bisogno di farlo. Di farti sapere, anche se non c’è molto da sapere, piuttosto di avere tue notizie. Perché me ne sono andato così all’improvviso? Non era da te, ti assicuro, era da me che fuggivo. Quello in cui credevamo, da felice, leggero e rivoluzionario che era, stava diventando triste, pesante, di piombo e ne avevo paura. Anche se c’erano percorsi progressivi dove i più e forse i migliori hanno confluito, continuavo a sentirmi a disagio e insicuro. E avevo paura di me.

Come sai la mia famiglia -il babbo e il fratello maggiore, la mamma era morta da tempo- oltre che religiosa, era agiata. Una volta che a mio fratello -l’architetto- proposero la tessera di un partito di governo, lui rispose: no grazie, sono ricco di famiglia, come avessi accettato. Così, con un conto corrente che mio padre -il giudice- mi aprì, sono partito per un viaggio che doveva essere di breve durata e che invece mi ha seguito per tutta la vita. Il babbo sapeva che mi avrebbe perso, ma mi amava e preferiva che mi perdessi così. Nel movimento dovevamo accelerare il processo, passare a una fase successiva, oltre il pensiero e le parole, mettere in conto l’azione, colpire al cuore il sistema. Questo c’era richiesto. Meno male che a volte anche sopravviversi è importante, se permette o promette qualcosa di nuovo. Mio padre lo sapeva. Lo voleva per me e come me. E io pure volevo che chi mi era vicino, specialmente te a cui scrivo, potesse sopravvivermi.

Perciò, poco più che ventenne, mi sono imbarcato a Pisa per Boston, la capitale del Massachusetts. Quasi dodici ore di volo. Con l’autobus, in due ore ero a Cape Cod. Poi ho preso il traghetto e dopo un’ora e mezzo sono sbarcato a Nantucket. L’isola e la città. Quarantotto chilometri dalla costa, a sud di Cape Cod, nell’Oceano Atlantico settentrionale. Ero sulle tracce del “Pequod”, mi ero portato “Moby Dick” nella versione inglese, lingua di cui m’impratichivo. E meno male perché dove mi trovo, solo così riesco a parlare e farmi capire. Ero affascinato dall’idea del viaggio per mare: sapeva di avventura e letteratura.

Durante la permanenza a Nantucket ho visitato il “Whaling Museum”. Nella galleria panoramica del Museo della Caccia alle Balene è illustrata la tragica fine della baleniera Essex, speronata da un capodoglio infuriato e affondata nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Fu quella storia a ispirare Herman Melville per la stesura di “Moby Dick”. Si capisce quanto precaria e pericolosa doveva essere la vita a bordo dei velieri, le baleniere dell’800. Nella sala conferenze è esposta una lancia a remi con le fiocine e, appeso al soffitto, c’è uno scheletro di capodoglio lungo quattordici metri. Ci sono i denti di avorio intarsiati, a dimostrazione che, oltre alla logica, nella follia c’è anche arte. E c’era la descrizione del redditizio commercio di olio e candele dell’epoca, prodotti dallo spermaceti, sostanza cerosa presente nel cranio del capodoglio. E il racconto di quando quest’epoca vide la fine: l'ultima baleniera salpò da Nantucket nel 1869. A fine visita, sono salito sulla terrazza del museo e me ne sono stato là, affacciato, a godermi la vista del porto, pensando al pericolo, all’atrocità e alla sfida che tutto ciò rappresentava. Poi sono andato a vedere il “Life-Saving Museum”, il museo dei naufraghi, dove si apprende che il dovere del baleniere era quello di uscire in mare. Tornare indietro stava solo all’abilità dei comandanti e dei marinai, alle preghiere delle donne o alla fortuna. Consigliato a tutti coloro che si sentono naufraghi, alla deriva del mondo e della vita.

Le balene al tempo erano sinonimo di ricchezza, soprattutto i capodogli, per la massiccia quantità di grasso da cui si estraeva l’olio usato per l’illuminazione e per la lubrificazione dei macchinari industriali. New Bedford, la vicina città portuale del Massachusetts, si era guadagnata la fama di “città che illumina il mondo”. Il benessere economico dipendeva interamente dalle balene. Ma l’aumento del numero delle navi baleniere e la conseguente drammatica diminuzione dei cetacei fece sì che gli equipaggi dovessero osare sempre più e spingersi sempre più lontano, doppiando Capo Horn, verso il Pacifico. Le spedizioni duravano mesi o anni. A bordo i capitani, in genere, erano del posto, tra i marinai invece si contavano afro americani, portoghesi dell’arcipelago delle Azzorre e i capoverdiani. Tutto questo mi attirava e in qualche modo rispondeva alla mia frenesia, alla mia inquietudine di ribelle. Ma non volevo indirizzarmi a sud, né ripercorrere la rotta immaginaria del Pequod, tracciata dalla mistica follia del capitano Achab, oltre l’Africa, verso oriente, fino al Pacifico. E poi Nantucket era troppo turistica e io cercavo altro. Avrei voluto raggiungere un’isola che non fosse segnata su nessuna mappa, i luoghi veri non lo sono mai. Io volevo andare a Nord.

Vagabondando per i locali del porto di Nantucket conobbi Malik, un Inuit che tra un bicchiere e l’altro di qualcosa di giallo acceso che non sembrava aranciata e mi pareva reggesse anche poco, mi spiegò, in un inglese biascicato, che il suo nome significava “onda” e che i nomi degli Inuit si ispirano spesso alla natura o alle divinità. Oppure sono quelli degli antenati e sono indipendenti dai generi. Un neonato maschio può ricevere il nome di una donna e viceversa perché il nome rappresenta lo spirito dell'antenato. Malik faceva il pescatore, era venuto a Nantucket a trovare lontani parenti e ora tornava a Tuk, in Canada, dove aveva una barca a motore per la pesca. A Tuk, mi disse, cercavano marinai per la caccia alle balene che gli Inuit, per ragioni di sussistenza e non di mercato, continuavano a fare.

Partii con lui, l’indomani che aveva smaltito i fumi della sbornia e parlava anche meglio l’inglese. Il liquido giallo era Gin Artico, precisamente Ungava Canadian Premium Gin, un mix di erbe artiche fermentate: ginepro, bacche di corvo, porst che sembra sia rosmarino di palude. Tuk era Tuktoyaktuk, che significa “volto di caribù”, un centro abitato nella regione di Inuvik, nei territori del Nord-Ovest del Canada. Mille abitanti circa. Situato a nord del parallelo del Circolo Polare, sulle rive del Mar Glaciale Artico, in passato era chiamato Port Brabant, ma venne rinominato nel 1950, quando riprese il nome usato dai nativi americani. Col solito traghetto lasciammo Nantucket e raggiungemmo la costa. A Cape Cod, Malik aveva la sua Jeep e, alternandoci alla guida, dopo appena tre giorni e mezzo di viaggio, eravamo a Tuktoyaktuk. Era Luglio e di giorno c’erano tredici gradi. Faceva caldo per essere un clima sub artico.

A Tuktoyaktuk fui ospite di Malik, l’ospitalità degli Inuit è proverbiale, quasi come nell’antica Grecia. Evidentemente qualcosa lega, a diverse latitudini, le migliori tradizioni degli esseri umani. Malik mi presentò al porto al comandante della nave e m’imbarcai come mozzo. Niente sapevo della marineria. Il capitano si chiamava Nanuk, un canadese di origini Inuit e la nave baleniera era la “Scott”. Eravamo nel ‘69 e non era ancora scattata la proibizione della caccia commerciale alla balena. Emanata dalla Commissione Baleniera Internazionale entrò in vigore nel 1986. Ma il Canada cessò questa pratica prima, nel 1972. Dunque erano gli ultimi anni ormai per la “Scott”. La mia funzione sulla nave era abituarmi agli orari, ai giorni e alle notti, non corrispondenti necessariamente all’alternanza della luce e del buio, e resistere al freddo glaciale. Malik mi aveva fatto acquistare vestiti adatti e a bordo c’erano cerate e indumenti di protezione. Sopratutto bisognava cercare di non vomitare per il mal di mare. Per il resto dovevo tenere puliti la coperta e i cessi e aiutare in cucina. La fatica del lavoro non mi lasciava molto spazio. Però ero affascinato dalla prua della nave che fendeva le onde ed i ghiacci, fra gli iceberg bianchi o azzurri in quel mare bruno e insidioso. L’avvistamento dei capodogli o delle balene, i soffi, la curva del dorso sull’acqua, la corsa al loro seguito a pieni motori, la spuma alta delle onde e gli arpioni esplosivi sparati dal cannone, lo strazio delle bestie issate a bordo e subito lavorate. Tutto questo mi atterriva e mi eccitava. Ero solo osservatore, ma partecipavo al successo dell’impresa, alle grida dei marinai. Come se cacciassimo il mostro dal mare, colpissimo al cuore il leviatano, il demone gigantesco, il male, il potere, lo stato. Ed eravamo solo uomini, David contro Golia.

Non pensavo, o facevo finta di non pensare, a quanto impari fosse la lotta, condotta non più su imbarcazioni remiere e arpioni scagliati a mano, ma dalla comoda postazione dei cannoni della nave, con gli arpioni esplosivi. La coscienza ambientale, anche per un rivoluzionario, al tempo era quella che era. Almeno la mia. Un’altra cosa a cui cercai di abituarmi era sostenere la paura del mare gonfio che sembrava scagliarci o inghiottirci, il terrore delle enormi ondate che colpivano e scuotevano la nave. Oppure l’apprensione per la distesa piatta di quelle acque infinite e grigie che potevano essere il nostro gelido sudario, la nostra tomba. E che noi sfidavamo. Navigammo oltre il Golfo di Amundsen, nel Mare di Beaufort, a nord est, al largo dell’Isola di Banks e dopo due mesi di giorni brevi e interminabili, percorso il mare, facevamo di nuovo rotta verso il porto sicuro di Tuk che accendeva per noi le sue luci.

Durante una navigazione mi raggiunse la notizia della morte del babbo. Era sofferente di cuore, ma nessuno, forse tranne lui, si aspettava l’infarto che lo colpì improvviso, triste e finale. Mio fratello riuscì a contattarmi attraverso la radio di bordo e mi disse che il babbo aveva disposto per me un lascito vitalizio e a lui, che l’aveva accudito in vita e in vecchiaia, l’eredità dei beni. Risposi che era giusto così e provai ad esprimere il mio cordoglio da lontano. Troppo lontano e freddo, e mio fratello, dopo avermi chiesto gli estremi del conto corrente, riattaccò. Il doloroso amore della vita ci segue e ognuno l’esprime come sa o come può. Io l’avvertivo forte, eppure solo debolmente ero capace di comunicarlo. Certe cose che senti è più facile scriverle che dirle. Quando perdi i genitori ti rimane un complesso di orfano, capisci che nella vita devi fare da te. E sei solo.

Fine prima parte

Pontedera, 23 Agosto 2026

Marco Celati

Articoli dal Blog “Racconti della domenica” di Marco Celati