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lunedì 16 settembre 2019

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

​Simboli & diavoli

di Libero Venturi - domenica 23 giugno 2019 ore 07:00

I simboli uniscono ciò che i diavoli dividono, almeno stante all’etimologia, all’origine delle parole.

La parola "simbolo" viene infatti dal latino symbolum che a sua volta si origina dal greco σύμβολον, symbolon, "segno" che deriva dal verbo συμβάλλω, symballo, dalle radici σύν, sim, «insieme» e βάλλω, bàllo, «mettere», avente il significato approssimativo di "mettere insieme" due parti distinte.

Il termine "diavolo" deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione del termine greco Διάβολος, diábolos, "colui che divide", "calunniatore", derivato dal greco διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia "attraverso" e bàllo "metto": quindi metto di traverso, divido, metaforicamente anche calunnio. Quanto alla parola demonio, i demoni sono divinità esse stesse -il termine ha inizialmente un’accezione neutra- poi diventano angeli ribelli e decaduti.

La mezza luna e la stella sono divenuti il simbolo dell’Islam per tante cose. Forse per l’assedio di Bisanzio, operato nella notte dai Macedoni di Filippo II nel IV secolo a.C., rischiarato dalla Luna uscita dalle nubi e così sventato. Il simbolo della Luna crescente venne quindi scolpito nei manufatti in pietra della città, quale ringraziamento alla divinità. Bisanzio fu Costantinopoli, la Nuova Roma e poi fu conquistata dagli ottomani. Oggi è Istanbul, una delle maggiori città della Turchia, punto d’incontro tra Occidente ed Oriente. Ma probabilmente Luna e stella si debbono alla congiunzione della Luna con Venere, all’alba del 23 luglio 610, quando il profeta Maometto, discendente di Ismaele, figlio di Abramo, ebbe la prima rivelazione da Dio dall’arcangelo Gabriele e la prima parola che gli disse fu “leggi”, voce del verbo leggere. E poi “in nome del tuo Signore”. Oppure per il simbolo della luna si deve considerare l’abitudine degli arabi di dare un numero ad ogni lettera per pesare il valore delle parole, secondo cui Hilal, mezzaluna, ha lo stesso numero della parola Allah. Poi i simboli trascendono la loro stessa storia e il loro primitivo significato per assumere quello della comunità dei viventi e dei credenti. Così l’Islam è divenuto una grande religione, una fede professata da una gran parte dei credenti del mondo. Un messaggio di amore e di fratellanza tra i popoli. Deve però mettere al bando gli integralisti, i fondamentalisti fanatici della guerra santa e della nazione islamica, secolarizzarsi, modernizzarsi. Islam è un sostantivo verbale traducibile con “sottomissione, abbandono, consegna totale di sé a Dio” che deriva dalla radice aslama, congiunzione causale di salima “essere o porsi in uno stato di sicurezza”,con contatti semantici con la parola salām, “pace”. Essere salvi, nell’abbandono a Dio. In pace. Se non siamo chiamati infedeli, questo, credenti o meno e di qualsiasi fede, ci piace pensare.

Cristo è stato crocifisso dai Romani e noi abbiamo come simbolo la croce che simboleggia la sofferenza e il riscatto della fede. Se Gesù fosse stato impiccato però non credo che avremmo adottato una forca da mettere sui campanili e le chiese o da appendere al collo alle catenine. Nè i crociati si sarebbero detti forcaioli e i Cavalieri Templari avrebbero gradito di essere accostati a quelli dei Rosa-Forca, anziché Rosa-Croce, sempre ammesso che siano esistiti.

Forse avremo ripreso il simbolo del pesce, quello segreto dei primi cristiani, le cui lettere in greco antico ΙΧΘΥΣ, ichthýs, pesce, formano un acrostico: Iesùs Christòs Theòu Uliòs Sotèr che vuol dire Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Il pesce è un simbolo salvifico, la Balena fu la salvezza di Giona. E anche di Pinocchio, se per questo, e l’accostamento non suoni irriverente. Pietro, il primo papa e gli apostoli erano pescatori e Gesù ne fece dei pescatori di anime.

Ma probabilmente esiste qualcosa che si chiama finalizzazione della storia che in materia di fede, per chi crede, assume un forte significato. Per una forma di eterogenesi dei fini Gesù Cristo e la croce erano predestinati ad incontrarsi, sia nel disegno divino che nella storia degli uomini per l’affermazione della fede cristiana che i credenti ritengono la salvezza dell’umanità e i non credenti laicamente rispettano come una delle principali origini del nostro pensiero, del nostro vivere civile. Benedetto Croce: “non possiamo non dirci cristiani”. Ciò che vale ovviamente per noi, per una parte di questa parte del mondo.

I simboli dunque uniscono. Unire, mettere insieme è da sempre considerato un fatto positivo e dividere, contrapporre, una cosa negativa. Diabolica potremmo dire, in considerazione appunto dell’etimologia della parola diavolo. Cercare sempre ciò che ci unisce, più di quello che ci divide, l’ho sentito dire a Papa Giovanni XXIII e si ritrovava nel pensiero politico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Anche se a volte sarebbe meglio non considerare sempre negativo il fatto di dividersi: far valere la propria diversità in ogni campo può rappresentare un valido antidoto al trasformismo e al conformismo dilaganti ed omologanti. Dividere cioè, non nel senso di “calunniare”, ma per “distinguersi”, per dire anche soltanto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Che è già tanto. Per chi si oppone e perfino per la gioia dei “bastian contrari” e di tutti quelli con la puzzetta sotto il naso. Le anime belle che stanno sull’albero a cantare.

Unità nella diversità era uno slogan togliattiano, se non ricordo male, suonava un po’ ambiguo e doppio, ma aveva un senso forte e complesso, visionario anche. Come le convergenze parallele di morotea memoria. Mettere insieme cose che mantengono la loro distinzione e viceversa: distinguere cose che tendono ad incontrarsi. Sa di comunione e rispetto. Introduce un passaggio relativo fra gli assoluti. Tanto più che ogni simbologia spinta all’eccesso, quando raggiunge la massima capacità unificante, ottiene anche il peggior effetto contrastante. Le fedi, ad esempio, più integraliste, dogmatiche e assolutiste sono e più si contrappongono con ferocia tra loro, immemori del comune riferimento ad un unico Dio. Così i simboli più unificanti divengono i più divisivi. E il diavolo si prende la sua rivincita sul simbolo. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 23 Giugno 2019

Libero Venturi

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